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divani in viaggio
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Un libro di memoria e formazione che ricostruisce, con una scrittura insieme concreta e meditativa, gli anni della giovinezza di uno scrittore tra la Milano dei primi anni Sessanta e una successiva parentesi di isolamento alpino. Più che un romanzo d’intreccio, è un libro di atmosfere e di sguardi: una lunga rievocazione in cui la città, le persone e la vocazione letteraria emergono attraverso immagini vivide, gesti minimi e riflessioni trattenute.
La prima parte è immersa nella Milano del boom economico, osservata da una finestra: tram verdi che passano sotto casa, rumori di traffico, stagioni che cambiano sui viali, e sul tavolo la fedele Olivetti Lettera 22 con cui il narratore tenta di diventare scrittore. La città appare in trasformazione, la nuova metropolitana, l’arrivo degli operai, il fermento culturale, ma soprattutto è un mosaico di incontri. Il protagonista lavora come lettore di manoscritti per un editore eccentrico che maledice aspiranti autori al telefono, poi alla redazione di Fenarete, un improbabile mensile per ostetrici, e più tardi alla rivista metafisica La Ruota dell’editore Francesco Messina.
Attorno a lui si muove una piccola costellazione di figure eccentriche e memorabili: Virginio, che fotografa ossessivamente lo stesso viale; Descovich con la camicia viola e i suoi articoli; Egidio, partigiano ligure che scrive in dialetto e scolpisce il legno. Parazzoli costruisce questi personaggi con dettagli minimi, un gesto, una frase, un’abitudine, che restituiscono la vita quotidiana di una generazione inquieta.
Accanto alla vita milanese emerge però una dimensione più intima e tragica: la storia del padre, medico al Niguarda che ha abbandonato la carriera dopo la morte della figlia. Il lutto introduce nel libro una riflessione sotterranea sul silenzio di Dio e sulla fragilità umana. Il padre scrive poesie sugli angeli, beve quando la disperazione ritorna, discute con un prete amico senza trovare risposte. Questo nucleo doloroso prepara il passaggio alla seconda parte del libro.
Il trasferimento nella baita vicino a Macugnaga segna un cambio di paesaggio e di ritmo. La città rumorosa lascia il posto al silenzio della montagna e alla luce rosa dell’alba.
"Avevo scelto di mettere il letto in quella camera perché dalla finestra potevo vedere il Rosa."
Il narratore vive da solo, lavora come manovale, porta la macchina da scrivere al bar del paese e prova a scrivere per un piccolo giornale locale. È un periodo sospeso, in cui non sa ancora che strada prendere ma sa con certezza una cosa: vuole diventare scrittore.
Lo stile di Parazzoli è fortemente visivo e sensoriale: colori, stagioni, luci e oggetti quotidiani costruiscono una memoria quasi cinematografica. La narrazione procede per quadri e incontri più che per trama, e proprio questa struttura frammentaria restituisce la sensazione di una giovinezza ancora in formazione, fatta di tentativi, lavori precari, discussioni letterarie e amicizie che cambiano direzione.
Rosa all'alba di Ferruccio Palazzoli, Urban Apnea 2025
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