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divani in viaggio
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Nel 2014 due giovani olandesi scompaiono nella giungla di Panama. Dieci anni dopo, un regista porta una compagnia nei luoghi della sparizione per ricostruirne la vicenda. Una scrittrice partecipa al progetto come osservatrice e, anni più tardi, ne riferisce durante una lezione di poetica. Da questo dispositivo nasce il romanzo di Dorothee Elmiger, che usa il caso reale per interrogare il bisogno di trasformare l’ignoto in una storia coerente.
La spedizione procede tra sopralluoghi, conversazioni e testimonianze; il progetto teatrale si allontana però progressivamente dal caso originario, incorporando le esperienze di chi vi partecipa. La trama si costruisce così su più livelli: la scomparsa, la sua ricostruzione scenica e il racconto successivo della scrittrice.
Elmiger rovescia la logica del true crime: non offre una soluzione, ma mette a fuoco i limiti della rappresentazione: "che qui non ci sarebbe stata alcuna Pointe, che l’intera storia non sarebbe approdata a una soluzione, a una fine."
La giungla è insieme ambiente concreto e spazio dell’incertezza; la violenza riguarda la vicenda, il rapporto con la natura, la storia coloniale e l’atto stesso di raccontare. Discorso indiretto e congiuntivo mantengono ogni voce a distanza; racconti incastonati, digressioni e riferimenti a Conrad, Melville, Herzog e Coppola producono una prosa stratificata. La forma riproduce il problema centrale del libro: non tutto ciò che accade può essere ricondotto a una verità definitiva.
Quello che non si può dire di Dorothee Elmiger
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