Un mondo di libri:
divani in viaggio
divani in viaggio
Casa di reclusione Ucciardone, Palermo, 2025.
"Mi chiamo Alaa, e sono venuto perché in Libia c’è la guerra, e io sono un calciatore di pallone, e non posso giocare perché la guerra ha fermato il campionato e lo studio pure, perché la guerra mi ha fatto chiudere l’università. Per questo ho scelto di veniere in Europa. Voglio andare in Svizzera per fare ciò che ho sognato."
Alaa è un ragazzo libico cresciuto in una famiglia unita e per bene, di quelle dove l’amore non ha bisogno di essere spiegato. Ha due sogni custoditi con ostinazione: diventare ingegnere e giocare a calcio in Europa. Nel 2014 decide che non può più rimandare. Prova a partire legalmente, chiede un visto, poi un altro. Ogni tentativo fallisce. L’Europa resta un orizzonte vicino e irraggiungibile.
Alla fine, senza dire nulla alla famiglia, per non preoccuparla, forse anche per orgoglio, si affida insieme ad amici fraterni ai trafficanti. Non per ambizione sconsiderata, ma per inseguire ciò che altrove gli viene negato. Sbarca in Italia, e il suo sogno si spezza appena tocca terra.
Viene arrestato con l’accusa di essere lui stesso un trafficante. Perché è libico. Perché era su quella barca. Perché, a volte, l’origine basta a diventare colpa.
All’inizio non capisce. Non capisce la lingua, non capisce le procedure, non capisce quando parlare e cosa dire perché la verità trovi spazio negli atti giudiziari. Impara presto che la giustizia ha tempi e forme che non coincidono con l’innocenza. Processi su processi. Carcere dopo carcere: Catania, Caltagirone, Palermo. Cambiano le celle, cambiano gli avvocati, cambiano le speranze. Ogni volta sembra emergere una prova che possa scagionarlo. Ogni volta la fiducia si riaccende. Poi arriva la condanna: trent’anni.
Trent’anni sono un tempo che può spezzare un uomo. Ma non spezzano Alaa.
In carcere studia. Prende la maturità. Si iscrive a Ingegneria. Frequenta laboratori. Impara l’italiano con una dedizione che sorprende chi lo incontra. Lo impara così bene che, durante un laboratorio, un’educatrice, Ale, gli propone di scrivere un libro. Lui accetta.
Quel libro è la storia che stiamo leggendo: il racconto della sua vita intrecciato alle lettere che nel 2025 invia ad Ale dal carcere dell’Ucciardone di Palermo, dove è ancora detenuto. Lettere che non sono solo testimonianza, ma esercizio quotidiano di libertà.
Colpisce ciò che in queste pagine non c’è. Non c’è rancore, né odio per il Paese che lo ha recluso. Non c’è invettiva. C’è, invece, una meraviglia quasi disarmante: la gratitudine per aver incontrato in Italia uno spazio di espressione, di studio, di crescita. Ringrazia tutti: gli agenti penitenziari, gli operatori, gli educatori. Sottolinea la loro gentilezza, la disponibilità, i piccoli gesti che fanno la differenza in un luogo chiuso.
Eppure non è la sua lingua. Qualche errore grammaticale affiora qua e là, ma la scrittura è limpida, viva, sorprendentemente matura. Non è la perfezione formale a colpire, è la postura morale: l’entusiasmo per la vita che resiste alla condanna, la fiducia negli ideali, la volontà di imparare “qualsiasi cosa”, come ripete spesso.
Perché ero ragazzo di Alaa Faraj
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