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divani in viaggio
divani in viaggio
Glasgow, qualche anno fa.
Due uomini opposti, Dan un autore televisivo borghese e Jada, un piccolo criminale di periferia, si incontrano in un reparto maternità e, contro ogni logica sociale, sviluppano un legame che diventa l’asse emotivo della narrazione. Le due vite, del tutto opposte, sono accomunate da una crisi identitaria, che li rende incapaci di sostenere i ruoli che la società continua ad assegnarli.
"Certo, loro erano i genitori migliori, i piú meritevoli! Dan ricordava che un giorno all’ora di pranzo, dopo avere appena ascoltato il decimo annuncio di gravidanza da una delle loro amiche nel giro di poche settimane, era andato a fare quattro passi per calmarsi e si era ritrovato faccia a faccia con un paio di balordi tabagisti, mostruosamente obesi, consumatori evidenti di ogni porcata immaginabile che caracollavano in tuta con dietro tre bambini, e di sicuro un quarto in arrivo prima ancora che lui trovasse il tempo di comprare un succo di verdure per buttare giú il suo mix organico di semi assortiti."
Il romanzo è una discesa nell’inadeguatezza, dove il dolore per una grossa tragedia avvenuta a Dan, non produce redenzione ma semmai una forma distorta di solidarietà, incarnata dall’altro protagonista, figura marginale ma sorprendentemente capace di empatia.
L’umorismo nero accompagna tutta la lettura, capace di generare un riso disturbante che scaturisce dal contrasto stridente tra l’ordinario e il tragico.
Essere padri, qui, non significa trasmettere valori o costruire futuro, bensì confrontarsi con la propria incapacità di essere all’altezza. Niven racconta tutto questo con una scrittura che alterna crudezza e compassione.
Padri nostri di John Niven
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