Un mondo di libri:
divani in viaggio
divani in viaggio
«Non è questione di genio, bastano le mani di un fine artigiano e l’aiuto di Dio.»
La voce dell’oculista arriva da Dublino, dove il protagonista è giunto per una conferenza sulla nuova chirurgia della miopia, forte della reputazione di pioniere che si è costruito negli anni.
Ma il viaggio professionale è soltanto il punto di avvio di un lungo movimento della memoria: nella coscienza del medico si accavallano la carriera, il desiderio, il matrimonio imminente con Delia, l’infanzia napoletana e una genealogia familiare fatta di alcolismo, miseria, superstizione e assenze. L’uomo che ha consacrato la propria vita alla vista è ossessionato da ciò che non si vede e, soprattutto, da ciò che si preferisce non vedere.
L’oculista racconta se stesso con una spregiudicatezza che non cerca assoluzioni. Si attribuisce un’ambizione quasi teologica: «Sarei stato il vice di Dio», dice, perché l’occhio gli appare come il punto in cui convergono pensiero, ragione, amore e mistero. Ma questa aspirazione al dominio del reale convive con una voracità molto terrena. Le donne sono corpi da desiderare, il matrimonio una forma di «cecità volontaria», la fedeltà un problema da sorvegliare. Anche la propria biografia viene sottoposta a una curiosa operazione di rimozione: il successo nasce, paradossalmente, dalla scomparsa dei genitori e dal loro disvalore.
Intorno a questa voce principale si aprono improvvise fenditure narrative. Gli episodi introdotti dalla formula «ad occhi chiusi» portano sulla pagina personaggi che sembrano provenire da un altro racconto: un brigatista aggredito da roditori dopo aver scavato un tunnel nel carcere, un uxoricida ed ex cantante d’atmosfera che tenta il suicidio ingerendo lamette, un funzionario della censura cinematografica sottoposto alle lusinghe di un produttore, un investigatore improvvisato incaricato di sorvegliare una moglie. Non sono vere digressioni: sono corpi estranei che entrano nella narrazione e, deformandola, la fanno risuonare.
La prosa procede per collisioni, deviazioni, la frase incorpora altre coscienze, altre epoche, altri destini. Più che raccontare una storia, sembra generare continuamente nuove forme a partire dai detriti della precedente.
L’occhio diventa così il principio segreto del libro: vedere, accecarsi, essere osservati, fingere di non vedere.
L’uomo che pretende di correggere gli occhi degli altri non riesce a mettere a fuoco se stesso.
L'oculista del Rione T., Rapsodia irriverente sul capitolo 3 dell'Ulisse di James Joyce di Luigia Bencivenga Hopefulmonster editore 2026
Contattami via email: unmondodilibri19@gmail.com
Copyright © 2021 unmondodilibri.com. All Rights Reserved.