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divani in viaggio
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Petrara, seconda guerra mondiale.
Siamo a Petrara, paese dell’Appennino abruzzese ai piedi del Gran Sasso d’Italia: la guerra resta inizialmente un’eco lontana, un rumore di fondo che sembra non intaccare l’immobilità di una comunità chiusa, regolata da superstizioni, rituali religiosi e gerarchie invisibili ma inflessibili.
Al centro della narrazione ci sono Angela e Nino, zia e nipote, uniti da una medesima esclusione. Angela, segnata dalla poliomielite, vive ai margini nella casa della sorella; Nino, adolescente dal corpo non conforme, è tenuto nascosto per proteggere l’onore familiare.
"La loro diversità era un mistero che affascinava fin quasi a uno struggimento che non credeva di poter provare".
La loro quotidianità è fatta di stanze, gesti ripetuti e silenzi densi. L’arrivo dei tedeschi e l’incontro con figure che incrinano l’equilibrio del paese aprono crepe profonde: nei corpi, nei desideri, nelle coscienze. Senza indulgere in facili consolazioni, il romanzo segue il modo in cui questi legami , talvolta ossessivi, talvolta salvifici, mettono in discussione l’ordine sociale e le sue ipocrisie.
Il romanzo è un’indagine sull’identità, si interroga sull’idea stessa di “normalità”, mostrando come la violenza più sottile si annidi nello sguardo collettivo che misura, giudica e condanna. L’amore, qui, non è promessa di redenzione ma rischio: esporsi significa esporsi al rifiuto.
La scrittura è densa, sensoriale, quasi corporea. Ogni gesto quotidiano: impastare, camminare, pregare, si carica di significato; il dialetto abruzzese, usato con misura, restituisce ritmo e autenticità senza compiacimenti folkloristici.
Ne emerge un racconta che trasforma l’anomalia in una domanda radicale: cosa significhi, davvero, essere umani.
L'amore malfatto di Giusy Sardella
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