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divani in viaggio
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Siamo in compagnia di Hugo Bertello, autore di Notturno elettronico, edito da TerraRossa edizioni, 2026.
Benvenuto Hugo, vuoi presentarti e raccontare in breve di cosa parla il tuo nuovo romanzo?
Grazie per l’accoglienza Vanessa. Sono un 38enne con trascorsi in vari paesi dell’Europa, dal Portogallo alla Finlandia. Attualmente faccio l’informatico, ma le mie energie migliori le riservo alla scrittura e all’organizzazione di eventi culturali. Il mio romanzo d’esordio, Notturno elettronico, racconta di un nucleo sovversivo deciso a sferrare un attacco al sistema informatico. La trama è una lente che mi permette di guardare dentro a qualcosa di più profondo: il disorientamento che molti di noi provano di fronte a una modernità tecnologica sempre più invadente.
Quanto c’è di autobiografico nella figura del matematico, che è poi il protagonista e il narratore della storia?
Qualcosa di autobiografico c’è. Ho studiato fisica, una disciplina strettamente imparentata con la matematica, e ho vissuto per tre anni a Helsinki, dove si svolge buona parte della vicenda. È pratica comune, nei romanzi d’esordio, attingere a piene mani alla propria esperienza di vita. Personalmente l’ho fatto non tanto per raccontare me stesso, quanto per dare spessore e verità ai dettagli, e forse anche per rendere omaggio a persone e luoghi con una spiccata dignità letteraria.
La contrapposizione tra teoria e pratica è una critica al mondo contemporaneo o una tensione inevitabile della conoscenza?
È soprattutto una critica a una società che tende a privilegiare sempre più la dimensione produttiva rispetto a quella filosofica e conoscitiva. Di questa dinamica è vittima il narratore della vicenda, che abbandona la matematica pura per accettare un lavoro nel campo della profilazione pubblicitaria. Mi preme chiarire che la pratica non è un problema in sé. Si rivela un’alleata preziosissima ad esempio se viene orientata verso la ricerca di senso, dato che è proprio nell’attrito tra teoria e pratica che si genera la conoscenza.
Il protagonista ha cercato a lungo di sviluppare l’Ipotesi di Riemann senza riuscirci, in seguito proprio questa ipotesi ritorna come tentativo di cambiamento collettivo. Perché hai scelto proprio questa ipotesi e non altre leggi matematiche come fil rouge della vicenda?
La dimostrazione dell’Ipotesi di Riemann potrebbe produrre un duplice effetto: da un lato, manderebbe in crisi i più diffusi sistemi di sicurezza informatica, fondati sulla difficoltà ad esprimere numeri molto grandi come prodotto tra numeri primi; dall’altra, aprirebbe uno spiraglio sulle strutture più profonde della matematica e sui suoi possibili legami con la cosiddetta “Teoria del tutto” della fisica. Il carattere insieme sovversivo ed escatologico la rendeva perfetta per tenere assieme le due anime del romanzo.
Che ruolo attribuisci alla città di Helsinki e ai paesaggi finlandesi nell’economia emotiva del romanzo?
La Finlandia è un paese che non ha ancora raggiunto una piena urbanizzazione, e che pertanto è in parzialmente al riparo dalle degenerazioni più subdole della modernità. Le grandi distese boschive e gli enormi laghi non sono spazi “vuoti” sulla mappa. Sono ecosistemi che brulicano di forme di vita non umane e che fungono da “riserva” per una fantasia orientata al selvaggio e all’esotico come la mia. La città di Helsinki è parimenti importante: i saggi ubriaconi, le atmosfere fumose, un’umanità perennemente in bilico tra romanticismo e disperazione rendono questa città, e in particolare il quartiere di Kallio, un luogo di potere del mondo dove lo straordinario diventa assolutamente normale e quindi raccontabile.
Nel libro troviamo ad ogni introduzione di capitolo, dei dialoghi tra programmatore e sistema. In questo caso la macchina che risponde è solo uno specchio o diventa un personaggio?
I codici vengono prodotti da un macchinario senza intenzionalità che fa da controcanto al narratore. Allo stesso tempo hanno un sottointeso ironico, che li umanizza. Se riuscissimo a stabilire se il computer è un personaggio o uno specchio, allora sapremmo rispondere a uno dei grandi temi del romanzo, che è se i computer possano essere coscienti. Le mie ricerche mi portano a concludere che i computer a transistor di oggi non possono essere coscienti. Al più, sono specchi deformanti.
I personaggi sembrano accomunati da un senso di fallimento, ma pur sempre da una flebile speranza di cambiamento: è una condizione generazionale?
Non conosco la mia generazione a sufficienza per parlarne con cognizione di causa. Sento però di appartenere a un Occidente che è riuscito a liberarsi dell’oscurantismo religioso grazie alla logica e alla ragione, ma che si è trovato più smarrito di prima. Personalmente non credo che siamo condannati al fallimento. Penso che possiamo guadagnarci un’esistenza dignitosa se facciamo una sintesi olistica di tutto il sapere che abbiamo accumulato nel corso della storia. Ma soprattutto, se ci riappropriamo della capacità di stabilire una “comunione animistica” con le altre forme di vita.
Nel tuo romanzo c'è un forte equilibrio tra precisione scientifica e tensione narrativa. Lo sfondo è quello reale e concreto, occupato da personaggi che sembrano somigliare a uno spaccato vivido della quotidianità. Non sarebbe stato più facile ambientare la tua storia in una distopia dove la tecnologia ha spodestato l'agire umano? O forse l'idea è proprio quella che l'uomo possa ancora scegliere per sé e cambiare positivamente il futuro?
Non amo le distopie perché si reggono sul presupposto che il peggio sia già accaduto. A una letteratura contemporanea quasi sempre segnata dal disincanto, voglio rispondere con un romanzo che invece persegue con forza il reincanto. Nonostante le nostre esistenze sembrino talvolta programmate e insensate, nel nostro mondo moderno è ancora possibile accedere al mitico e al misterioso. Nel mio testo suggerisco alcuni modi per farlo.
Notturno elettronico di Hugo Bertello, TerraRossa edizioni, 2026
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