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divani in viaggio
divani in viaggio
Tom Layward, cinquantacinquenne professore di diritto, accompagna la figlia Miriam a Pittsburgh, dove inizierà l’università. Dodici anni prima, dopo il tradimento della moglie Amy, si era promesso di lasciarla proprio quando l’ultima figlia fosse diventata adulta. Invece di tornare a New York, Tom prosegue verso ovest. Il viaggio diventa così una deviazione dalla traiettoria familiare: incontra vecchi amici, un’ex compagna, il fratello e il figlio, mentre affiora un problema di salute.
"Per la prima volta mi resi conto di ciò che stavo facendo. Mi sentivo anche tipo: okay, ragazzo, da quiin avanti sei solo."
Il road trip americano, dunque, non è tanto un itinerario di liberazione quanto una forma di sospensione del giudizio. Tom attraversa il proprio passato senza riuscire a osservarlo da una distanza davvero neutrale. La sua voce, apparentemente franca, è continuamente attraversata dall’autogiustificazione, dalla memoria selettiva e da una tenerezza che contraddice il suo stesso risentimento.
Ciò che Tom racconta non coincide necessariamente con ciò che il lettore comprende.
Markovits lavora per sottrazione. La prosa è piana senza essere neutra, precisa senza ostentazione; il dettaglio quotidiano diventa strumento di analisi psicologica.
Il viaggio non promette una nuova vita, ma costringe a misurare quella che resta.
Il resto della nostra vita di Benjamin Markovits
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