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divani in viaggio
divani in viaggio
Brancaleone Calabro, 1935–1936.
Questo romanzo breve si ispira all’esperienza autobiografica del confino di Cesare Pavese, punito per aver protetto la donna che amava, coinvolta nell’attività del Partito Comunista Italiano.
Il protagonista, Stefano, è un intellettuale ripiegato su se stesso, costantemente intento a osservare e analizzare il proprio io. Il paesaggio marittimo che lo circonda non è una semplice cornice, ma diventa una presenza dominante, quasi invasiva, che sembra colmare — senza riuscirci davvero — il vuoto della sua esistenza.
Ciò che emerge con forza è il suo continuo rifluire su se stesso: Stefano non prova un autentico slancio affettivo nemmeno per la donna con cui intreccia una relazione. In questo luogo remoto, isolato dal resto del mondo, la sua interiorità prende il sopravvento su ogni altra dimensione.
La vita scorre monotona, impoverita, segnata dalla solitudine di chi resta fedele ai propri ideali, pagando il prezzo di una fedeltà astratta, distante dalla realtà concreta.
«Si resiste a stare soli finché qualcuno soffre di non averci con sé, mentre la vera solitudine è una cella intollerabile.»
Il carcere più che fisico, appare così come una condizione esistenziale: una prigionia interiore fatta di isolamento, incomunicabilità e distacco emotivo.
Il carcere di Pavese
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