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divani in viaggio
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Neela, dopo una lunga vita trascorsa in Italia a fare la badante e a vivere risparmiando per la sua famiglia in Sei Lanka, decide di tornare nella sua terra, un gesto che incrina gli equilibri familiari soprattutto con la figlia Ayesha, cresciuta quasi come una figlia presso la casa dei datori di lavoro della madre.
L’Italia e lo Sri Lanka non sono solo luoghi geografici, ma spazi emotivi che convivono in modo irrisolto, generando spaesamento e conflitto.
La terra di promesse diventa un gabbia in cui vedere grandi prospettive sapendo di non poterle toccare appieno, la terra d'origine invece rappresenta la casa ma pur sempre l'immobilità.
Il romanzo si sviluppa così come una riflessione stratificata sull’identità diasporica, evitando qualsiasi semplificazione. Le protagoniste abitano una condizione sospesa, in cui il passato continua a esercitare un’influenza silenziosa mentre il presente appare fragile, attraversato da precarietà e incomprensioni generazionali.
"Dei figli degli immigrati si dice che studino per compensare il senso di inadeguatezza dei genitori, ma io non ho studiato per mia madre, ho studiato al posto di mia madre. Come se avessi vissuto al posto suo: la sua vita, la mia, che differenza poteva fare."
A rendere ancora più incisiva questa esplorazione è lo stile, che si distingue per una forte componente polifonica e frammentaria, alternando prospettive, registri e ritmi. La prosa si fa a tratti densa e disorientante, ma proprio in questa opacità trova la sua forza: invece di chiarire, accoglie le contraddizioni e restituisce la materia viva di esistenze che non possono essere ridotte a un’unica definizione.
Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda
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